 Il Mar Mediterraneo tocca nel suo punto più profondo i 5093 metri e la sua storia geologica è antica milioni d’anni. Si tratta di un mare dinamico ed i terremoti che ancora oggi avvengono, lungo le coste e nei fondali, ne ridisegnano continuamente la morfologia. I movimenti delle placche terrestri, ancora avvertibili, hanno portato alla formazione di due bacini principali, separati dal Canale di Sicilia, il Mediterraneo Occidentale ed il Mediterraneo Orientale. Sotto la superficie, il canale si rivela molto accidentato, con lunghe dorsali, fosse e canyon che s’intersecano, originando scenari incredibili. I bassifondi (trenta centimetri è il punto più basso, chiamato punto zero dai pescatori, segnalato sulle carte nautiche come Scoglio Keith) dividono la corrente superficiale dominante del Mediterraneo, in ingresso da Gibilterra, in due enormi flussi d’acqua che si dirigono verso il Mar Tirreno e verso il Mar di Levante. Questo movimento accelera al suo passaggio sui bassi fondi rendendo la zona molto turbolenta. A tutto ciò si aggiunge il vento, a complicare la vita dei naviganti, infatti la zona è totalmente esposta allo scirocco ed al maestrale (statisticamente sono i venti più frequenti, ma anche gli altri non scherzano).
Potete immaginare quante navi siano affondate a causa delle difficili condizioni meteo-marine. La presenza di molte ancore tuttora intatte testimonia numerosi relitti romani e cartaginesi, dell’ottocento e ancor più moderni. Durante la seconda guerra mondiale questo breve tratto di mare fu soprannominato “rotta della morte”, perché dal mese di novembre del ’42 al mese di maggio del ’43 si svolse un’intensa battaglia tra le forze alleate e le forze dell’asse, che portò all’affondamento di oltre 100 navi. Gli scafi adagiati a basse profondità sono stati completamente distrutti dalle violentissime burrasche dei mesi invernali.
L’unica possibilità di esplorare questi fondali è una settimana di crociera, tenendo presente il fatto che solo nel periodo estivo vi sono garanzie sufficienti per poterla effettuare e che i cambiamenti di programma sono all’ordine del giorno.
Le onde e le correnti sono i guardiani di questo straordinario luogo, per più di trecento giorni l’anno ma, purtroppo, negli ultimi anni l’attività dei pescherecci tunisini e dei corallari spagnoli ha parzialmente depauperato anche questi fondali, che rappresentano secondo me, l’ultima possibilità di sopravvivenza di un mediterraneo quasi agonizzante. Alcuni banchi si trovano in acque internazionali, quindi del tutto privi di tutela. Noi subacquei dovremmo portare a conoscenza dell’opinione pubblica e delle associazioni come il WWF e Greenpeace i problemi che riguardano questa straordinaria area naturale, che se fosse tutelata, potrebbe dare un contributo determinante alla salvezza del Mediterraneo. Banco Skerki è sicuramente il più vasto e famoso dei banchi mediterranei, protagonista di una vera e propria corsa all’oro rosso negli anni ’90. Si tratta di una vera catena montuosa subacquea, che da 150/180 metri di profondità risale fino in prossimità della superficie. Il banco si trova in acque internazionali, quindi, in un certo senso del tutto privo di tutela. In realtà non esistono altri luoghi così salvaguardati nel Mediterraneo: ci troviamo di fronte ad un vero e proprio vivaio; s’ipotizza che qui si riproducano addirittura gli squali bianchi, avvistati più volte. Punto Keith. Meglio noto come Punto Zero, l’unico punto del Mediterraneo dove l’acqua arriva alle caviglia, pur trovandosi a 60 miglia dalla costa più vicina.. Enormi massi si accavallano uno sull’altro, sovrapponendosi, fino a 50 metri di profondità. La parte del substrato esposta alla luce è un vero tripudio di alghe, una sorta di prato inglese sommerso, a perdita d’occhio. Moltissimi sargassi e laminarie spiccano sulle più comuni alghe mediterranee. Le zone verticali delle rocce rivelano le migliori caratteristiche coralligene che il Mare Nostrum possa offrire: paramuricee, eunicelle, falso corallo nero, spugne d’ogni specie e colore, alcionari, tunicati, briozoi, tra cui il raro Cladopsamnia rolandi. Il substrato è ricoperto d’ogni forma di vita, colorata ed esplosiva. Le rocce circostanti il punto zero nascondono ancore con le marre incrostate da bellissime colonie d’Astroides calycularis. Canaloni rocciosi simili a crateri lunari sono colonizzati da migliaia d’esemplari d’Anemonia sulcata. Biddlecombe patch. I pescatori chiamano questo punto “il sette metri”, tale è la profondità del sommo. Costituisce un ottimo punto per l’ancoraggio notturno (sempre visto nel contesto della situazione). Un vasto pianoro roccioso degrada tutto intorno con grossi massi, ripetendo lo scenario descritto in precedenza. Regina di quest’immersione è l’aragosta: moltissime le tane abitate dal nobile crostaceo, insidiato dai pescatori tunisini e dai subacquei. Nelle tane più anguste capita di vedere numerose coppie d’antenne che fanno capolino, mentre altre volte le aragoste scorrazzano liberamente, incuranti della presenza del subacqueo.
Grossi esemplari di cernie e corvine fanno compagnia ai crostacei mentre in acqua libera dentici enormi nuotano guardinghi. Frequente la presenza di uno dei gasteropodi più grandi e belli del Mediterraneo: Charonia nodifera. Silvya Knoll. Grosso panettone con il sommo a circa 18 metri di profondità. Tutto intorno ripide pareti verticali cadono perpendicolari fino a 40/45 metri di profondità.
Il margine superiore della cigliata è ricoperto d’estese colonie di Parazoanthus axinellae e Astroydes calycularis che, con il loro colore arancione, danno origine ad un incredibile contrasto cromatico con le verdi alghe adiacenti. Rose di mare enormi, spugne, eunicelle e grosse paramuricee si districano nel raro spazio lasciato a disposizione dai madreporari. Anche qui frequenti le cernie e le aragoste, mentre sul sommo una nuvola di castagnole fittissima impedisce di scorgere l’azzurro del mare. Sulle laminarie s’incontrano bellissimi e rari nudibranchi. Banco Talbot. Ci troviamo a 38 miglia da Scherchi in direzione sud-est, 35 miglia da Favignana e 40 miglia da Pantelleria. Il fondo è piatto, molto chiaro, d’origine vulcanica. L’ancora a circa 15 metri di profondità. Tutto intorno degrada con lunghe creste parallele fra loro: si originano paretine verticali e piccoli tetti ombrosi colonizzati da Astroydes calycularis, Parazoanthus axinellae, alcionari rossi e molti poriferi. Sulle superfici illuminate la solita esplosione d’alghe e laminarie, intervallate da posidonia. Alcuni enormi cerianthus di colore giallo chiarissimo spiccano sul tappeto d’alghe verdi
Aragoste, scorfani, ricciole, murene sgusciano tra le moltissime Eunicelle singularis del fondo. Frequenti sui corridoi sabbiosi le torpedini e le aquile di mare. Si racconta che durante le ore notturne gli squali vengano qua a fare man bassa di pesce azzurro. Banco Pantelleria. Il banco si trova in acque internazionali ed è battuto solo dalle aragostiere tunisine, poiché la maggior parte dei pescherecci di Pantelleria sono troppo piccoli per sfidare il mare del Canale di Sicilia. Abbiamo individuato per lo più due tipi di fondali: le zone pianeggianti, che occupano tutta la parte centrale del banco e si estendono per varie miglia marine. Sono situate ad una profondità di 20-30 metri, battute da una corrente quasi incessante e dominate da vastissime praterie di posidonia, sargassi e laminarie.
Il secondo tipo di fondale è rappresentato dalle pareti che delimitano il banco e da alcune cigliate che interrompono il fondo pianeggiante nella parte centrale della secca. Alcune sono perpendicolari, dei veri e propri salti nel blu, altre sono più degradanti e dolci ma, indipendentemente dalla morfologia, tutte sono caratterizzate da un meraviglioso coralligeno. Le pareti iniziano intorno ai 20 metri, annunciandosi con le immancabili Eunicella singularis, che sulla maggior parte dei cigli crescono oblique rispetto al fondale, per effetto della corrente. Ovunque il substrato è simile ad una tavolozza policroma: i colori accesi d’Astroydes calycularis si alternano a zone coperte da alghe e spugne di specie diverse. Comuni esemplari di bellissimi alcionari, tra cui il raro Paralcyonum spinulosum, che con le sue trasparenze ricorda un alcionario tropicale, ma è di dimensioni più ridotte. Oltre i trenta metri appaiono le paramuricee, aggrappate ai rami vivono nutrite colonie del tunicato Clavelina laepadiformis e bizzarri esemplari d’ostrica alata (Pteria hirundo). Molto abbondanti le aragoste, alcune di considerevoli dimensioni. L’integrità del fondale è stupefacente, la totale assenza di fango e sedimento consente la crescita, su ogni superficie disponibile, di briozoi, poriferi e celenterati. Oltre i 40 metri è frequente il raro tunicato Diazona violacea. La presenza di pesce è molto variabile, probabilmente in relazione alle correnti della giornata, ma non vi è l’abbondanza che mi aspettavo. Raramente ci siamo spinti altre i 50 metri, anche se in un paio d’occasioni la tentazione è stata forte. Banco Avventura. Siamo sulla strada del ritorno verso le Egadi a 26 miglia da Favignana. Una nettissima cigliata origina una lunga parete tra i 18 ed i 30 metri di profondità. L’acqua è sempre fredda e la corrente molto forte. La luce illumina una parete da mare  nordico, milioni d’esemplari di madreporari si contendono lo spazio: anemoni gioiello (Corynactis viridis), Leptosamnia pruvoti, Astroides calycularis. I tentacoli semitrasparenti di svariati colori sembrano petali di fiori agitati dal vento e sono sormontati qua e là da enormi rose di mare. Una parete unica e straordinaria dove milioni di piccoli celenterati sembrano aver costruito in mini reef dal sapore tropicale.
Frequenti le aragoste, nascoste in tane molto anguste e profonde. Per due anni consecutivi qui ho visto il raro sarago faraone. |